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«SHORT CUTS», ROBERT ALTMANN, USA 1993
20.01.2014 - 24.03.2014
Centro scolastico Collina d'Oro / Montagnola
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L'altrAmerica

L'America senza filtri

Assaggi di cinema, III edizione
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Quello che vi proponiamo in questo terzo ciclo di incontri cinematografici è uno sguardo su quella che abbiamo voluto chiamare "L’altrAmerica".


Generalmente con questo termine, quando si parla di espressioni artistiche, ci si riferisce alla cultura underground, al cinema della trasgressione, mentre noi abbiamo scelto alcuni esempi di film che ci hanno raccontato un’America diversa, lontana dai cliché che tanto cinema hollywoodiano ci ha proposto per decenni, quel mondo in cui per esempio gli indiani erano i cattivi e i visi pallidi i buoni...

 

Si tratta di cinque film che indagano con abilità e finezza la personalità dei protagonisti e il loro popolo in un momento storico specifico. La cinepresa racconta di un mondo idilliaco ed ermetico ma solo in apparenza, per poi posare lo sguardo su una visione più disincantata e cruda della realtà: i protagonisti non sono più degli eroi, ma personaggi analizzati, quasi vivisezionati psicologicamente, descritti minuziosamente nel comportamento e nel ragionamento. L’autorità (stato, famiglia) perde la propria autorevolezza, si dimostra corrotta, psicopatica, manipola­toria. Questi film possono essere visti in mille modi: sono uno spaccato di vita americana ma possiedono una valenza universale che riflette lo stato di insi­curezza e paranoia emblematico degli ultimi decenni del secolo scorso.
 


 

 

Robert Altman, uno dei più importanti registi americani che non ha mai voluto rinchiudere il suo genio creativo tra i recinti delle convenzioni, ci propone con "Short cut" uno spaccato impietoso della società americana. In questo film emblematico, Altmann interpreta, come meglio non si potrebbe, i temi centrali di questa nostra terza rassegna, portanto sullo schermo uno dei più grandi scrittori contemporanei americani, Raymond Carver. Si tratta di uno dei film più lucidamente analitici che si siano mai girati sulle contraddizioni e le sofferenze della società americana. Era stato proprio lo stesso Altman a dire pochi anni prima di morire, di essere riuscito, con questo suo film, ad anticipare gli umori della grande crisi americana culminata con la tragedia dell’11 settembre.

 

In "Short Cuts" e in Robert Altman abbiamo tutti gli elementi che vogliono caratterizzare questa piccola escursione nel cinema americano. Intensamente drammatico, il film che vinse Leone d’Oro e Coppa Volpi (assegnata a tutto il cast) a Venezia, oltre a svariati altri premi è un ritratto di non facile assimilazione della società americana dei primi anni ‘90, un mondo frammentato, confuso e pervaso da idiosincrasie, alienazioni e ironie ciniche che non risparmiano nessun valore; vita compresa.

 

Altman fu l’unico che riuscì a mettere il naso fuori dal girone infernale di Hollywood, rivoluzionando il grande schermo, proponendo una nuova luce di visione della società americana. Guardare questo film oggi, mentre l’America attraversa uno dei suoi momenti storicamente più difficili, ha un senso per ricostruire il percorso che l’ha portata a questo punto.


 

 

Il film racconta le storie, gli incontri e l’amicizia che nascono intorno alla tabaccheria di Auggie, nel cuore di Brooklyn. Il protagonista, in mezzo ai tanti, è lo scrittore Paul Benjamin che, dopo la morte dell’amatissima moglie, non riesce più a scrivere e che, grazie all’amicizia con Thomas, un giovane ragazzo nero scappato da casa, riscoprirà in sé la forza per ricominciare a raccontare e quindi a vivere. Auggie poi scoprirà di essere (forse) il padre di una ragazza che è diventata tossicomane e farà il possibile per liberarla dal suo stato. Thomas si ricongiunge col padre che non vedeva da quando l’aveva abbandonato dopo aver causato la morte della madre in un incidente stradale, nel quale egli perse anche il braccio sinistro. Paul viene incaricato dal New York Times di scrivere un racconto da pubblicare il giorno di Natale. Il suo amico Auggie allora gli racconta la commovente storia su come abbia tenuto compagnia ad un’anziana non vedente il giorno di Natale.

 

"Smoke" non narra una sola vicenda, ma sviluppa situazioni il cui epicentro è la tabaccheria nella quale si raccontano molte storie (e si elogiano le delizie del fumo). È un film molto parlato, con personaggi normali ed eccentrici insieme che, se esistessero, meriterebbero l’Oscar della simpatia. Tutti bravi, soprattutto Harvey Keitel. Finite le riprese, Wayne Wang e Paul Auster fecero subito Blue in the face, un film «parallelo» di tipo quasi sperimentale, molto affidato all’improvvisazione, girato negli stessi posti e, in parte, con gli stessi attori.

 


 

 

Lester e Carolyn Burnham appaiono dall’esterno una coppia perfetta, con una casa perfetta e un vicinato perfetto. In realtà Lester è un uomo insoddisfatto della sua vita familiare e professionale che sta cadendo in una sempre più profonda disperazione, quando si infatua di Angela, l’amica di sua figlia. Nel frattempo Jane, la figlia di Lester ha conosciuto il loro timido e misterioso vicino di casa Ricky che vive oppresso da una figura paterna ossessiva.

 

"American Beauty" è come un viaggio dai mille colori attraverso la vita nei quartieri residenziali americani. Il titolo svela i significati del film, a cominciare dalle varietà di rose coltivate da Carolyn (Annette Bening), che con il suo giardino perfetto, la macchina perfetta, la casa perfetta si sente una donna realizzata, appartenendo a quella categoria di persone che non si accorgono di quanto sia vuota la loro vita colmata di beni materiali. Ma "American Beauty" è anche Angela (Mena Suvari), che incarna il mito della tipica bellezza americana: capelli biondi, occhi azzurri, forme perfette, tutto il contrario della sua amica Jane (Thora Birch), la tipica adolescente arrabbiata, sempre scontrosa e insoddisfatta.

 

Il film è uno spaccato di vita quotidiana, che incarna nei suoi personaggi un aspetto della realtà americana, analizzando e sviluppando alcuni preconcetti, tipici della maggior parte delle persone, sulla realtà che spesso risulta imprevista e sulla bellezza che trovi dove meno te l’aspetti.

 


 

 

Paul Haggis affronta il tema del razzismo, mai risolto nella società americana, attraverso quattro storie indipendenti (che finiscono per intrecciarsi continuamente) in una Los Angeles dai toni cupi e angoscianti.

 

Il film narra di un procuratore distrettuale e di sua moglie, coppia bianca e benestante, che subiscono il furto della loro auto da parte di due ragazzi neri; l’evento traumatico li porta ad una profonda crisi di coppia. Un persiano proprietario di un negozio si arrabbia pesantemente con un fabbro ispanico pensando erroneamente che questi lo abbia derubato. Un detective della polizia nero si mostra poco interessato alle continue richieste della madre drogata, di cercare il fratello che vive sulla strada e rischia l’ergastolo per vari atti illegali compiuti. Il regista nero di un canale televisivo e sua moglie anch’essa nera, incontrano una notte due poliziotti bianchi. "Crash" è composto da una moltitudine di storie indipendenti, che il destino fa intrecciare fra di loro.


Ogni storia, legata a uno spazio e a uno scenario specifico, mostra come ogni avvenimento possa portare a delle conseguenze imprevedibili. Un film che suscita una sconcertante emozione di ingiustizia e rabbia di fronte alle discriminazioni, all’intolleranza, al razzismo e alla corruzione. Il finale chiuso ispira tuttavia un fievole senso di speranza e stimola la discussione sull’attualità di queste tragiche tematiche.

 


 

 

"Soldato blu" di Ralph Nelson è passato alla storia del cinema americano per essere il primo western a schierarsi dalla parte degli Indiani d’America, o meglio, per essere «politically correct» i «Native Americans», i veri Americani.

 

Dal romanzo "Arrow in the Sun" di Theodore V. Olsen, "Soldato Blu" è la storia d’amore fra un soldato federale scampato a un micidiale attacco dei pellerossa e una ragazza vissuta con i Cheyenne, che assistono ad uno dei più cruenti massacri della storia americana realmente avvenuti. Si tratta dell’attacco, avvenuto nel 1864, al villaggio Cheyenne a Sand Creek compiuto dalle giacche blu del reparto di cavalleggeri del Colorado Cavalleria, nel quale morirono 500 indiani fra cui donne e bambini.

 

Quando il regista Ralph Nelson girò il celebre western nel 1969-70, in Vietnam era in corso una controversa guerra destinata a lasciare un segno indelebile nella coscienza degli Americani. Alla sua prima apparizione sugli schermi il film si merito? la definizione di western rivoluzionario e neo-realista, accrescendo nell’opinine pubblica statunitense un sentimento di forte dissenso nei confronti del trucido conflitto in atto. Il film, violento, denuncia infatti l’inferno dello sterminio dei pellerossa, nascondendo le sue ambizioni di apologo sul Vietnam. Uno dei migliori film che il filone western abbia prodotto nei cento anni della sua esistenza, ha avuto il pregio di imprimere una svolta ad un modello oramai prossimo al declino.

 

Il racconto possiede robustezza e originalità, i personaggi, le scene e i dialoghi contengono un sapore nuovo che nella produzione degli anni ‘60, fatta eccezione per alcuni film di Sergio Leone, si era andato perdendo. Il rilancio di Nelson e di altri grandi registi dello stesso periodo (Elliott Silverstein, Arthur Penn) assicurò al western un’autonomia di altri duedecenni, regalando al pubblico il capolavoro "Balla coi Lupi" (regia di Kevin Costner, 1990) e alcune opere pregevoli quale "L’ultimo dei Mohicani" (regia di Micheal Mann, 1992) e "Geronimo" (regia di Walter Hill, 1993).

 

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